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FOTOGRAFIA
Le foto da me scelte, fanno parte di un progetto fotografico-installativo riguardante la tematica dei prodotti geneticamente modificati. Protagonisti dell'immagine i transgenici, come ne sottolinea il suffisso, vanno oltre, al di là di qualsivoglia apparenza, avendo una complessa essenza che porta inevitabilmente ad un cumulo di domande. Come afferma Edgard Morin, negli ultimi vent'anni siamo passati da una concezione locale ad una concezione globlale nell'affrontare problematiche legate al vivere quotidiano. Forse uno dei quesiti riscontrabili nella questione della globalizzazione riguarda anche lo studio e la progettazione degli organismi geneticamente modificati, che porta a varie considerazioni su quesiti etici, morali, scientifici e sociali. Un altro quesito per me congeniale nel trattare tali tematiche è senza dubbio il nodo gordiano che si stringe attorno al concetto d'identità, ne concerne la mutazione, la trasformazione, l'inriconoscibilità di questi organismi. Questa capacità è oggi l'uomo che può sostituirsi in qualche modo a qualsivoglia legge naturale, può porsi inevitabilmente come creatore di tali fenomeni, che non si presentano ad una così semplice qualificazione del creato stesso. Il lavoro fotografico si concretizza nella creazione di veri e propri alimenti ai quali viene conferita una robustezza mediante l'utilizzo di aghi, che fungono da collante a causa delle lacerazioni provocate dall'unione di vari elementi, che nel complesso danno origine ad una nuova identità. da ciò ne deriva l'aspetto ironico dei nuovi organismi, che pur essendo robusti nella forma conservano una fragilità nella loro più intima essenza, non più identificabili in qualcosa di "concreto".

Evitando di cadere nella sterile conformità della falsa retorica ; credo che molto spesso si tenda a dimenticare o meglio per comodità ad ignorare la nostra passata e presente “emigrante meridionalità”.
Anişoara è una delle tante ragazze clandestine che si trova in Italia da circa un anno e mezzo, precisamente nel capoluogo pugliese a Bari.
Anişoara,diminutivo di Ana – piccola Ana è romena ha ventiquattro anni con alle spalle una bambina di due anni; costretta ad abbandonare la propria terra in cerca di lavoro e di un futuro migliore per la piccola Madalina.
Pur essendo diplomata in ragioneria, in Italia lavora  presso una famiglia di anziani come badante.
Ciò che mi ha colpito e successivamente mi ha poi convinto ad intraprendere una fase progettuale su questa storia,oltre alle condizioni spesso disagiate che queste persone sono costrette a subire, nel caso di Ana è la disarmante semplicità e purezza dell’animo coraggioso di una giovane ventiquattrenne madre di una piccola bimba, che per vivere ma soprattutto per non far mancar nulla a sua figlia ha intrapreso un viaggio lungo 3000 km; un viaggio oltre che lungo ed estenuante anche molto pericoloso e costoso; un viaggio per la “clandestina libertà”.
Nonostante la Romania sia entrata a far parte della comunità europea, Ana  momentaneamente rimane comunque una clandestina, senza permesso di soggiorno di conseguenza senza alcun diritto; costretta a lavorare dalle 12 alle 13 ore al giorno, con una sola giornata libera infrasettimanale e per un  salario di 600 euro al mese.
La prima volta che vidi Anişoara e la piccola Mad, da subito ebbi la sensazione di aver già visto quell’immagine, così tenera e semplice; mentre conversavamo aveva tra le braccia la piccola, la coccolava e le dava da mangiare….
L’installazione si compone da vari elementi :

  1. Fotografia
  2. Cartine stradali ( Romania- Ungheria – Austria – Italia )
  3. Testo ( rielaborazione delle conversazioni tenute con Anişoara – tradotte in romeno e in dialetto barese
  4. Modellino “ furgone 7 p. Ford transit

La foto di dimensioni 102 x 150 cm.  Circa raffigura la madre con la bimba tra le braccia; un’inquadratura frontale in tenta a rappresentare duplici valenze; da una parte l’immagine richiama mediante la postura e la copertura degli occhi ( con una barra nera ) sia di Anişoara  che della piccola Madalina una foto segnaletica; viceversa la stessa postura ed inquadratura rimandano ad iconografie sacre della Vergine col Bambino.
Ai lati della foto emergono due pannelli contenenti un breve racconto di  Anişoara, come asserito precedentemente i testi sono  tradotti in romeno e in barese.
La scelta di non voler inserire una traduzione in Italiano non è casuale, in quanto Ana vivendo quotidianamente con due anziani utilizza prevalentemente il linguaggio dialettale.
Più che un’intervista, nel testo compaiono dei dialoghi, che raccontano in varie tappe la storia di una giovane donna che per una serie di ragioni si trova clandestinamente in Italia ( Bari ).
Un altro elemento significativo all’interno dell’installazione è l’utilizzo delle cartine stradali  che creano una lunga linea di confine sul pavimento e che vengono percorse simbolicamente dal modellino del furgone Ford .
Le dimensioni dell’installazione sono variabili.

CUORI
ANISOARA

Generalmente i miei progetti, sono composti da una spiegazione tecnica che fornisce una chiave di lettura. In questa produzione, onestamente sento la necessità di non voler "svelare" alcunchè.
Credo che sia la pittura che la fotografia dei cuori, esprimano in maniera immediata le molteplici lacerazioni del nostro quotidiano.
In ogni pittura o foto è presente un certo "romanticismo", per alcuni versi probabilmente banale, ma pur sempre umano; è presente il dolore evidenziato dai "punti di sutura", la parola, la scrittura, la poesia.
Al completamento dell'immagine è proprio la scrittura che fornisce una chiave d'accesso, spesso sono concetti troppo fugaci ma al tempo stesso profondi, alle volte sono "solo" delle canzonette che però ci appartengono.

Far vedere una realtà, spesso inedita e a volte omertosamente ignorata; renderla visibile agli spettatori - "consumatori", con l'ausilio di un "pannello pubblicitario" e di una serie di foto b/n documentative, che fondono toni apertatamente provocatori mediante una miscela di ironia e denuncia. Advice for purchases for salento (consigli per gli acquisti per il salento) nasce da questi presupposti. Viviamo in un'era mediatica a stretto contatto con la pubblicità, consapevolmente o inconsapevolmente, oggi tutto è pubblicità e il nostro stesso stile di vita è fortemente condizionato da essa. i cosiddetti "consigli per gli acquisti", mostrano generalmente visioni edulcorate di una realtà irreale, dove tutto è bello, buono e all'insegna del successo. Il fine dell'opera è far vedere una realtà presente nel salento (Puglia), una realtà contaminata da rifiuti di qualsiasi genere, gettati con incredibile facilità nella macchia mediterranea o abbandonati sui cigli delle strade. A stimolare la mia curiosità è stata una delle tante pubblicità locali, una di quelle in cui "ti presentano il territorio come una sorta di paradiso terrestre" e sicuramente lo sarebbe se non ci fosse l'ignoranza dell'uomo. Date le mie origini, tutto ciò potrebbe "suonare paradossale"; personalmente credo che far vedere le cose come stanno.. potrebbe essere un incentivo a non ricadere negli stessi errori e soprattutto a comprendere meglio la realtà di un determinato contesto. Il progetto, iniziato in maggio e terminato in agosto, si divide in due parti, in pricipio vi è una fase di archiviazione del materiale: una serie di fotografie realizzate in vari periodi e in diverse località del salento, che documentano la presenza incessante di rifiuti. Involucri di vecchi elettrodomestici, talvolta abbandonati da decenni che ormai fungono da scenografia paesaggistica; grandi e piccole discariche all'aperto dove tutti senza alcun timore scaricano materiale di scarto; colline artificiali composte da cessi, piastrelle, amianto e sacchi di cemento, ormai non più alla moda si vedono sulle strade vecchie bambole adagiate su dei rottami; carcasse di auto incendiate protette da ulivi secolari : la lista potrebbe essere interminabile. Un vero e proprio parco naturale.... Gran parte di queste immagini compongono l'installazione . La parte centrale dell'opera si focalizza nel lightbox che richiama idealmente nella sua composizione un pannello pubblicitario, dove compare "imperiale" la figura di un modello il cosiddtto "tipo da spiaggia che sdraiato su un lussuoso lettino da mare sorseggia un dissetante drink, indisturbato e con naturalezza come fosse a suo agio in dune di rifiuti. Inoltre a demarcare ancor di più il concetto di "messaggio promozionale" , sull'immagine compare una scritta - slogan: ADVICE FOR PURCHASES FOR SALENTO.
ADVICE FOR PURCHASES FOR SALENTO / still da video - documentazione foto b/n - installazione fotografica Lightbox
TRANS

Mi vendo contiene in sé il nucleo aporetico della società contemporanea: la contrapposizione e, nello stesso tempo, la compenetrazione dei concetti di identità, di precarietà e di “vendibilità”. L'artista /artefice, Angelo Però, questa volta, ha voluto inquadrare il cuore inafferrabile della realtà che ci circonda giungendo, non al bandolo della matassa, ma ad un tessuto complesso e inestricabile di contraddizioni che segnano la perdita del senso unitario dell'idea di identità.  In una società dove tutto è policentrico/acentrico, frammentario, flessibile, precario, vendibile, non è facile catturare l'identico, ossia ciò che permette al soggetto di riconoscersi nel gioco dei mutamenti, delle mutazioni, delle mutevolezze. L'abbandono del principio di non contraddizione di aristotelica memoria, la trasformazione delle categorie di spazio e tempo, la mancanza di certezze esistenziali e lavorative hanno sradicato dalla coscienza collettiva l'idea di un'identità soggettiva originariamente intesa come sentimento di stabilità e  di auto/etero-riconoscimento per coniare una nuova formula instabile, facilmente consumabile, perciò vendibile di identità. Allora, andando alla radice del problema cosa diventa “id” originario dell'individuo? Cos'è che individualizza il soggettivo identificandolo?
Angelo Però dipana questi interrogativi fotografando, quindi catturando, una realtà di per sé fluida, liquida che si lascia contenere in uno sguardo per poi sfociare nel tutto che scorre. Che cosa vediamo? Un soggetto inedito, oggetto di consumo, ripreso in “posizione segnaletica” come un qualsiasi prodotto piazzato sul mercato, recante una piastrina in plexiglas con un codice a barre.  Un soggetto deperibile, con una data di confezionamento e una di scadenza, un soggetto garantito e facilmente sostituibile, un soggetto rivendibile fintanto è sul mercato, un soggetto rottamabile, quindi, senza futuro. Dove rintracciare la cifra di questa trasformazione? Nella precarietà esistenziale derivante dal processo di istituzionalizzazione dell'instabilità lavorativa. È qui che si manifesta con tutta chiarezza ed evidenza l'odierna categoria di identità: in un codice a barre decodificabile tramite connessione web e che ci informa sul “sentimento di sé” del prodotto umano che si può scegliere di acquistare. Ed ecco l'aporia dei soggetti fotografati da Però: nati per essere uomini, cresciuti per diventare schiavi di altri uomini, padroni dei mercati globali. Catalogati dettagliatamente per sesso, età, potenzialità, aspettativa di vita, sono uomini e donne di carne ed ossa con un cuore che non ha smesso di sognare, nonostante l'assenza del terreno che regge i sogni, nonostante la precarietà. Oggetti vendibili, i soggetti ripresi, non sono solo il prodotto fruibile di un'opera d'arte, non sono solo il medium di un messaggio, ma sono il corpo che ogni potenziale acquirente può decidere di possedere cliccando comodamente “INVIO” sulla tastiera del suo portatile. Un meccanismo che rimette in atto provocatoriamente le complesse interrelazioni di un mercato, non solo virtuale, dove tutto è vendibile ergo anche l'uomo. Niente di più rispetto ad una riproduzione realistica di alcuni processi sociali che stanno via via trasformando la natura bio-fisica  dell'uomo. Una natura, radicalmente innaturale, continuamente soggetta alle interazioni con l'artificiale, che Però riesce a rappresentare attraverso l'immagine sclerotizzata di un soggetto che,  tuttavia, rimane pur sempre un individuo vivo. Così, con un espediente grafico, l'artista ripensa e ridisegna la natura stessa dell'uomo. Sulle spalle i soggetti fotografati mostrano delle protuberanze sottili e rigide, orientate a caso verso l'esterno. Sono delle applicazioni di vere e proprie spine biancastre e robuste di Ficodindia, pianta mediterranea che si autoalimenta, dal forte valore simbolico e archetipo dell'auto-geno-feno-organizzazione del vivente. Tutto questo per esprimere il senso profondo delle relazione tra natura, ambiente e cultura, legame che fin dalle origini ha fatto di un primate ben organizzato un uomo e che oggi sta tessendo le trame di una nuova storia,  intrecciando i fili di un tessuto sociale precario e incerto. Questa sottile relazione è la stessa che nell'opera di Però fa coincidere il piano dell'arte, ricco di denotazioni simboliche, con il piano della realtà dove si cerca, nel parossismo del caos consumistico, nell'ubriachezza del possesso, nella flessibilità del “mi vendo”, un altro senso!

Valeria Venneri

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